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I MAGNIFICI SETTE CONTRO TEBE


Eteocle e Polinice

Dopo l’abdicazione volontaria di Edipo, i suoi due figli, Eteocle e Polinice, presero possesso della corona e regnarono entrambi sulla città di Tebe. Ma Eteocle, essendo un Principe ambizioso, prese presto egli stesso le redini del governo, e cacciò dal trono suo fratello.

Polinice si trasferì quindi ad Argo, dove giunse nel cuore della notte. Fuori dalle porte del palazzo reale incontrò Tideo, figlio di Eneo, re di Calidone. Avendo ucciso accidentalmente un parente, anche Tideo era un fuggitivo; ma essendo stato scambiato da Polinice nell’oscurità per un nemico, ne seguì fra i due uno scontro che avrebbe potuto finire fatalmente per uno di loro o per entrambi, se il re Adrasto, attirato dal clamore, non fosse apparso sulla scena e non avesse separato i due combattenti.

Duilio Cambellotti, bozzetto a tempera e china per il manifesto de
Duilio Cambellotti, bozzetto a tempera e china per il manifesto de “I Sette a Tebe”,Teatro greco di Siracusa (1924)

Il leone e il cinghiale

Alla luce delle torce portate dai suoi servitori, Adrasto osservò, con sua sorpresa, che sullo scudo di Polinice era raffigurato un leone e su quello di Tideo un cinghiale. Il primo portava questa insegna in onore del famoso eroe Eracle, il secondo in memoria della famosa caccia al cinghiale Calidonio. Questa circostanza ricordò al re una straordinaria predizione oracolare riguardante le sue due belle figlie, Argia e Deipile, secondo la quale egli le avrebbe date in sposa rispettivamente ad un leone e ad un cinghiale. Salutando con gioia quella che considerava una soluzione di buon auspicio della misteriosa profezia, invitò gli estranei nel suo palazzo; quando poi udì la loro storia e fu convinto che erano di nobile nascita, diede a Polinice la sua bella figlia Argia, e a Tideo la bella Deipile, promettendo nello stesso tempo che avrebbe aiutato entrambi i suoi due generi per riconquistare i loro diritti legittimi.

La guerra contro Tebe

La prima cura di Adrasto fu di aiutare Polinice a riprendere possesso del suo giusto ruolo nel governo di Tebe. Di conseguenza egli invitò i capi più potenti del suo regno ad unirsi alla spedizione. Questi obbedirono prontamente alla chiamata ad eccezione del cognato del re, Anfiarao, il veggente. Poiché prevedeva una fine disastrosa dell’impresa, e sapeva che nessuno degli eroi, tranne Adrasto stesso, sarebbero tornati vivi, egli tentò di dissuadere sinceramente il re dal realizzare il suo progetto, e rifiutò di prendere qualsiasi parte nell’impresa. Ma Adrasto, assecondato da Polinice e da Tideo, ostinatamente si dedicò anima e corpo al compimento del suo proposito, ed Anfiarao, per sottrarsi alle loro richieste insistenti, si nascose in un nascondiglio noto solo a sua moglie Erifile.

Locandina per I Sette a Tebe di Giuseppe Mulé, 1934
Locandina de I Sette contro Tebe di Giuseppe Mulé, 1934

Il solito episodio di corruzione

In occasione del matrimonio di Anfiarao, era stato convenuto che se egli avesse mai avuto opinioni divergenti da quelle del re, sua moglie avrebbe dovuto decidere sulla questione. Poiché la presenza di Anfiarao era indispensabile per il successo dell’impresa, e inoltre, poiché Adrasto non vi sarebbe entrato senza “l’occhio dell’esercito”, come chiamava suo cognato Polinice, si impegnò a mettere al sicuro il suo servigi.

Era infatti determinato ad arrivare perfino a corrompere Erifile perché la donna usasse la sua influenza sul marito affinché decidesse sulla questione secondo i propri desideri. Pensò di usare a questo scopo la bella collana di Armonia, moglie di Cadmo, che aveva portato con sé nella sua fuga da Tebe. Senza perdere tempo si presentò alla moglie di Anfiarao, e mostrò al suo sguardo ammirato lo scintillante gioiello, promettendole che se gli avesse rivelato il nascondiglio del marito e lo avesse indotto a unirsi alla spedizione, la collana sarebbe stata sua. Erifile, incapace di resistere all’esca allettante, accettò la tangente per così dire, e così Anfiarao fu costretto a unirsi all’esercito. Ma prima di lasciare la sua casa, questi estorse al figlio Alcmeone la solenne promessa che se fosse morto sul campo di battaglia, il ragazzo avrebbe vendicato la sua morte uccidendo sua madre, la perfida e venale Erifile.

La donna e il bambino nella foresta

Furono quindi scelti sette generali, ciascuno a capo di un distaccamento separato di truppe. Questi erano il re Adrasto, i suoi due fratelli Ippomedonte e Partenopeo, suo nipote Capaneo, Polinice e Tideo e Anfiarao.

Quando l’esercito fu radunato, partirono tutti per Nemea, che in quel momento era governata dal re Licurgo. Qui gli Argivi, mancandogli l’acqua, si fermarono alla periferia di una foresta per cercare una sorgente, quando videro una donna bella e maestosa seduta sul tronco di un albero, che allattava un bambino. Conclusero, dal suo aspetto nobile e regale, che doveva essere una dea, ma la donna rivelò loro di essere invece Ipsipile, regina dei Lemni, che era stata portata via prigioniera dai pirati e venduta come schiava al re Licurgo, e che ora fungeva da nutrice per suo figlio neonato.

Quando i guerrieri le dissero che erano in cerca di acqua, la donna depose il bambino sull’erba e li condusse fino a una sorgente segreta nella foresta, che solo lei conosceva. Ma al loro ritorno essi constatarono, con loro dolore, che lo sfortunato bambino era stato ucciso, durante la loro assenza, da un serpente. Quindi essi uccisero a loro volta il rettile e poi, raccolti i resti del bambino, li seppellirono con onori funebri e proseguirono per la loro strada.

Il giuramento dei sette re contro Tebe, di Anne-Louis Girodet de Roucy-Trioson, 1800
Il giuramento dei sette re contro Tebe, di Anne-Louis Girodet de Roucy-Trioson, 1800

Quando il gioco si fa duro…

L’esercito bellicoso apparve finalmente davanti alle mura di Tebe, e ogni capo si mise davanti a una delle sette porte della città, pronto per l’attacco. Eteocle, insieme a Creonte, aveva fatto i dovuti preparativi per respingere gli invasori, e aveva schierato le truppe, sotto il comando di capi fidati, a guardia di ciascuna delle porte.

Quindi, secondo la consuetudine degli antichi di consultare gli indovini prima di intraprendere qualsiasi impresa, fu mandato a chiamare il vecchio cieco veggente Tiresia, il quale, dopo aver attentamente appreso i presagi dal volo degli uccelli, dichiarò che tutti gli sforzi per difendere la città si sarebbero rivelati inutili, a meno che il più giovane discendente della casa di Cadmo non si offrisse in volontario sacrificio per il bene dello Stato.

Sacrificio eroico

Quando Creonte udì le parole del veggente, il suo primo pensiero fu per il suo figlio prediletto Menoceo, il più giovane rampollo della casa reale, che era presente all’impresa. Perciò lo implorò ardentemente di lasciare la città e di recarsi al sicuro a Delfi. Ma il valoroso giovane decise eroicamente di sacrificare la sua vita per il bene del suo paese, e dopo aver preso congedo dal vecchio padre, salì le mura della città, e piantatosi un pugnale nel cuore, perì alla vista delle schiere di entrambi i contendenti.

All’attacco!

Allora Adrasto diede alle sue truppe l’ordine di assaltare la città, e tutti si precipitarono all’attacco con grande valore. La battaglia infuriò lunga e sanguinosa, e dopo pesanti perdite da entrambe le parti, gli Argivi furono sconfitti e messi in fuga. Dopo alcuni giorni essi riorganizzarono le loro forze e si presentarono di nuovo davanti alle porte di Tebe, quando Eteocle, addolorato al pensiero che ci sarebbe stata così una nuova terribile perdita di vite umane per causa sua, mandò un araldo nell’accampamento opposto con una proposta: che il destino della campagna dovesse essere deciso da un combattimento unico tra lui e suo fratello Polinice. La sfida fu prontamente accolta, e nel duello che si svolse fuori le mura della città, alla vista delle forze rivali, Eteocle e Polinice rimasero entrambi feriti a morte e spirarono sul campo di battaglia.

Ciascuna delle due parti avverse ora reclamava la vittoria; il risultato fu che le ostilità ripresero e presto la battaglia infuriò con un impeto più grande che mai. Ma alla fine la vittoria si schierò dalla parte dei tebani. Nella loro fuga, gli Argivi persero tutti i loro capi, tranne Adrasto, che dovette la sua salvezza alla rapidità del suo cavallo Arione.

Creonte e Antigone

Edizione moderna dei Sette contro Tebe di Eschilo
Edizione moderna dei Sette contro Tebe di Eschilo

Alla morte dei fratelli, Creonte tornò ad essere re di Tebe, e per condannare la condotta di Polinice che aveva combattuto contro il proprio paese, egli proibì severamente a chiunque di seppellire le sue spoglie o quelle dei suoi alleati. Ma la fedele Antigone, che era tornata a Tebe alla morte del padre, non poteva sopportare che il corpo del fratello rimanesse insepolto. Ella dunque coraggiosamente disattese gli ordini del re, e si sforzò di dare sepoltura alle spoglie di Polinice.

Quando Creonte scoprì che i suoi ordini erano stati infranti, condannò disumanamente la devota fanciulla a essere sepolta viva in una cripta sotterranea. Ma la punizione era vicina anche per lui. Suo figlio, Emone, che era fidanzato con Antigone, essendo riuscito ad introdursi da un ingresso nella cripta, fu sconvolto nello scoprire che la ragazza si era impiccata con il suo velo. Sentendo che la vita senza di lei gli sarebbe stata intollerabile, si gettò disperato sulla propria spada, e dopo aver invocato solennemente la maledizione degli dei sul capo di suo padre, spirò accanto al cadavere della sua promessa sposa. 

La punizione del tiranno

Appena giunta al re la notizia della tragica sorte di suo figlio, apparve un altro messaggero, recante l’annuncio che sua moglie Euridice, alla notizia della morte di Emone, aveva posto fine alla sua esistenza. Così il re si ritrovò nella sua vecchiaia vedovo e senza figli.

Né riuscì nell’esecuzione dei suoi disegni vendicativi; poiché Adrasto, il quale, fuggito da Tebe, si era rifugiato ad Atene, e lì aveva indotto Teseo a guidare un esercito contro i Tebani, per costringerli a restituire i cadaveri dei guerrieri argivi ai loro cari, affinché questi potessero compiere i dovuti riti funebri in onore degli uccisi. Questa impresa fu portata a termine con successo, e i resti degli eroi caduti furono sepolti con tutti gli onori.

Jean-Joseph Benjamin-Constant, Antigone presso il corpo di Polinice, 1868. Photothèque Musée des Augustins
Jean-Joseph Benjamin-Constant, Antigone presso il corpo di Polinice, 1868. Photothèque Musée des Augustins

(Libera traduzione e adattamento, da Myths and Legend of Ancient Greece and Rome di E. M. Berens, 1880)

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